Ti va di giocare?

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Una delle attività che amo di più è sicuramente la formazione, sia quando sono allieva, sia quando sono docente.

Adoro imparare, sentire l’entusiasmo e la gioia quando mi rendo conto di essere di fronte ad un nuovo concetto, un punto di vista non considerato prima, un modo diverso di affrontare una certa questione!

E, poi, poter condividere con altre persone, allievi, professionisti, queste acquisizioni è assolutamente nutriente.

Purtroppo però non è facilissimo, soprattutto dopo tanti anni che si frequentano corsi, seminari, workshop, nell’ambito dell’aggiornamento professionale imbattersi in qualcosa di nuovo, a meno che non si tratti di nozioni legate a leggi e normative appena varate, ma quello, ha più a che fare con l’informazione.

Informarsi significa apprendere nozioni nuove che cambiano o ampliano il proprio modo di trattare e gestire un argomento e quindi aggiungono qualcosa a ciò che si è come professionista.

Si tratta, in questo caso, di un movimento dall’esterno all’interno: da fuori qualcosa viene messo dentro – l’informazione, appunto – allo scopo di modificare il modo di guardare e trattare un tema.

Nella formazione, invece, nulla viene aggiunto a ciò che si è, ma molto a ciò che si sa di sé. Sembra uno scioglilingua ma, in sostanza, attra- verso uno stimolo – sicuramente esterno – si permette un percorso di conoscenza che ha a che fare solo con l’interno di sé. È un viaggio dentro di sé.

Ed è proprio qui che credo sia il punto interes- sante: il campo nel quale è molto difficile trovare il limite, il confine, è la conoscenza di sé, delle proprie inclinazioni, attitudini, atteggiamenti e automatismi, anche perché nel corso della vita cambiano continuamente, o almeno dovrebbero poiché evolviamo.

E quindi lì sì che la ricerca e la possibile scoperta sono potenzialmente infinite.

Va detto che ci sono due modi per imparare, il primo, il più usato, quello che conosciamo bene per averlo utilizzato a scuola, all’università, è quello che fa percorrere la strada della conoscenza “dalla teoria alla pratica”: è relativamente semplice, si legge un testo in cui c’è la descrizione di un concetto, di un’idea, oppure le istruzioni su come si fa una certa cosa, si comprende come si fa e si diventa capaci di farla nella realtà.

Oppure un insegnante lo spiega, è lo stesso procedimento: si ricevono delle istruzioni e si impara, ad esempio, a elaborare una statistica, un conto economico, come scrivere una parola in una lingua straniera e tante altre cose interessanti.

Questo sistema funziona benissimo quando l’obiettivo è acquisire un sapere, una conoscenza legata a nozioni che ci serviranno per capire situazioni, risolvere problemi, fare ricerca.

Si tratta di informazione, ed è anche il modo attraverso il quale, nel mondo professionale si sviluppano le cosiddette hard skills, le competenze tecniche necessarie a svolgere il proprio lavoro.

Esiste, però, anche un altro modo per imparare e segue la logica inversa rispetto alla precedente cioè, partire dal fare esperienza per arrivare a conoscere. Che cosa significa?

Significa che facendo esperienza di una certa situazione, l’individuo si trova ad affrontare qualcosa per cui non ha ancora le istruzioni su come gestirla.

Ovviamente, si tratta di una situazione potenzialmente di disagio, ma estremamente istruttiva poiché la persona si trova a confrontarsi con il tema oggetto della formazione immergendosi in essa, profondamente, con emozioni e mente razionale.

In questo caso sto parlando di quella formazione dedicata, soprattutto, alle cosiddette soft skills che, come è ormai noto, sono quelle capacità personali e relazionali che, se sviluppate in modo armonico, permettono agli individui di stare bene con sé stessi e nel rapporto con gli altri.

Per lo sviluppo delle soft skills, l’utilizzo dei giochi è, in genere, parte integrante delle proposte formative e con buone ragioni.

Confesso che farò un elogio dei giochi formativi: li trovo estremamente utili, divertenti, e potentemente istruttivi.

Personalmente li uso sempre quando faccio formazione in presenza e spessissimo anche online operando alcuni adattamenti.
Ne esistono di tutti i tipi e amo anche inventarne di nuovi per adattarli a situazioni specifiche.

Ormai è noto e consolidato da tempo che funzionano: si tratta di allestire piccole esperienze che mettono la persona in condizione di conoscere meglio sé stessa, parte del proprio “funzionamento” e trovare strategie nuove per gestire situazioni vecchie.

Queste esercitazioni hanno l’obiettivo di “allenare” abilità dell’individuo, una per volta, quindi sono semplici e precise.

Un esempio molto interessante di gioco formativo, invece, complesso, l’ho incontrato circa un anno fa, si chiama Medianos1 ed è un metodo esperienziale comportamentale inventato da Massimiliano Ferrari, commercialista lecchese e soprattutto mediatore dei conflitti e formatore di lungo corso.

Massimiliano ha pensato di mettere in gioco la gestione funzionale del conflitto: in pratica in una partita a Medianos due persone “giocano al litigio” mettendone in scena uno verosimile e, grazie ad un facilitatore appositamente formato, attraversano, loro e tutte le persone che osservano l’interazione, le varie fasi che consentono ai litiganti di comprendersi reciprocamente comunicando efficacemente e profondamente.

L’obiettivo del gioco è “allenare” le persone ad utilizzare quelle soft skill necessarie a stare nel conflitto in modo utile, facendo in modo che diventi un’occasione di conoscenza e apprendimento di sé e dell’altro.

Mi piace citare questo intelligente esempio di utilizzo del gioco poiché lo trovo particolarmente interessante: da quattro anni a questa parte una community di circa 600 persone lo porta in contesti scolastici, aziendali e organizzativi di tutti i tipi facendo, a mio avviso, un bel lavoro formativo che ha valore sociale poiché permette alle persone di capire rapidamente – una partita dura una ventina di minuti – attraverso un’esperienza e non ascoltando una lezione frontale, come va gestito bene un conflitto.

E nel mondo odierno, nel quale vediamo costantemente come vengono mal gestiti i conflitti con violenza e aggressione mi pare ce ne sia un gran bisogno.

Credo che, fondamentalmente, la formazione serva proprio a questo: a fornire altre opzioni, nuove opportunità e strategie per affrontare meglio le situazioni, in sintesi è educare alla libertà.

D’altra parte, il motto latino ludendo docere, ci dice che già in antichità era chiaro che insegnare divertendo è la chiave per ottenere un apprendimento profondo e duraturo perché l’interessa- to ci sta volentieri, è stimolato, partecipa, ricorda, e quindi impara.

Sonja Riva