Inclusione e differenze culturali

Il fattore culturale come vantaggio
Cosa ne sa un pesce dell’acqua in cui nuota tutta la vita?

Albert Einstein

Vivere insieme

Due anni fa ho avuto l’opportunità di conoscere e ascoltare Bart Somers, allora sindaco di Mechelen, una cittadina belga di circa 90.000 abitanti, a metà strada tra Anversa e Bruxelles.

Perché partire dal cuore dell’Europa per parlare di differenze culturali e inclusione?
Semplicemente perché a Mechelen convivono 130 nazionalità diverse: ogni due bambini nati in città, uno è figlio di immigrati e uno ogni tre è musulmano.

Bart Somers è riuscito a creare una società realmente inclusiva, di cui parla nel suo libro “Samen Leven” (Vivere insieme), e per questo nel 2017 è stato eletto miglior sindaco dell’Unione Europea.

“C’è un solo modo per creare una società inclusiva: accettare che tutti, nativi e immigrati, si adattino a una nuova realtà e siano disponibili a integrarsi in questa società ultra-diversificata, uscendo dalla propria zona di confort, dal proprio “essere nel giusto”.

Ogni altra via è una strada senza uscita”.
Non sono solo belle parole o una visione facilmente condivisibile sulla carta, ma un programma di convivenza che nei 17 anni del suo mandato Somers è riuscito a realizzare.

A mio parere, abbiamo a disposizione due strumenti per costruire una società mirata all’inclusione: il primo è concettuale, il secondo è un modello interpretativo delle differenze culturali, una bussola che ci può guidare nel complesso mondo dell’interculturalità.

Il primo passo verso l’inclusione prende avvio da un concetto “allargato” di identità.

Generalmente nelle società le persone vengono incasellate in base a un’identità che molto spesso non hanno nemmeno potuto scegliere, ad esempio un’identità basata sulla religione: tu sei musulmano, io buddista, o sul colore della pelle: io bianco e tu nero.

Se l’identità è ridotta solo a questo, è chiaro che abbiamo ben poco in comune su cui costruire una convivenza inclusiva.

Ma se allarghiamo la nostra visione e comprendiamo che l’altro non è solo un musulmano o un bianco, ma è anche un padre di famiglia, un giovane ambizioso, un lavoratore, forse amante della lettura o delle partite di calcio…, ecco che troviamo molte possibilità per “connetterci”; e le differenze culturali, che sicuramente esistono, assumono uno spessore meno rilevante, possono essere superate più facilmente, consentendo di parlarne in modo aperto e meno prevenuto.

Certo, per una società è una lunga strada da percorrere, ma senz’altro possibile se, come dice Somers, sappiamo uscire dalla nostra zona di confort.

Un esempio molto semplice: sono un poliziotto della mia città e fermo per strada un immigrato per un controllo: se non ha nulla da temere mi aspetto che mi guardi in faccia, non abbassi lo sguardo mentre gli parlo.

Se invece tiene gli occhi bassi, comincio a pensare che abbia qualcosa da nascondere e mi insospettisco: nella mia zona di confort, nella mia percezione della “normalità”, questo linguaggio non verbale mi fa interpretare negativamente una semplice mimica dell’interlocutore.

Ma se sapessi uscire dalla mia zona di confort, capirei che in altre culture abbassare lo sguardo è un segno di rispetto, quindi interpretabile positivamente.

Mechelen è distante almeno mille chilometri da noi, ma vive una realtà assimilabile a quella di molte città italiane: se ci è riuscito il sindaco di una città relativamente piccola, perché non dovrebbe riuscirci un rappresentante delle nostre istituzioni? In fondo, la strada è già stata percorsa, non resta che seguirne le orme.

Il Modello a 6 Dimensioni
Accanto al concetto allargato di identità, per puntare a una società inclusiva abbiamo a disposizione lo strumento cui accennavo poco fa: il modello interpretativo del professor Geert Hofstede, olandese, che ci guida ben oltre pregiudizi e identità stereotipate.

Il Modello nasce da una ricerca statistica, iniziata da Hofstede negli anni ’70 e tuttora in costante aggiornamento e arricchimento: il Modello 6 D è riconosciuto a livello internazionale come punto di riferimento per chiunque si avvicini a temi in cui il fattore culturale entri in gioco.

In sintesi, il Modello individua sei “dimensioni”, cioè i sei valori fondanti di ogni cultura, e consente di confrontare i valori culturali di un singolo Paese con quelli di altri cento Paesi indagati dalla ricerca, mettendo concretamente in luce le differenze e, soprattutto, le possibili zone di attrito tra le culture.

Prendendo in esame, a titolo di esempio, anche uno solo dei valori di Hofstede possiamo cogliere e anticipare le possibili incomprensioni tra la nostra cultura e quella degli immigrati e rifugiati in Italia.

La nostra è una cultura individualista, in cui i legami sociali sono centrati sul singolo individuo e sulle sue caratteristiche personali; mentre gli immigrati provengono soprattutto da Paesi collettivisti, cioè da culture di gruppo, in cui la valenza e la responsabilità sociale di una persona dipendono dalla sua appartenenza a un determinato gruppo e dalle relazioni che possiede.

Priorità e aspettative molto diverse, quindi, nella vita individuale e pubblica che possono portare ad attriti spesso non dichiarati, ma che comunque ostacolano una serena convivenza.

Dalla conoscenza del Modello, dalla comprensione razionale di valori diversi, possiamo acquisire quella consapevolezza in grado di facilitare tutti i processi di inclusione e integrazione, nel rispetto reciproco delle diverse culture.

Da più di vent’anni l’obiettivo del mio lavoro è creare inclusione nelle aziende, contesto senz’altro meno complesso di un’intera società civile, ma con altrettanti problemi derivanti dalle differenze culturali.
L’esperienza mi ha insegnato che l’unico modo per risolvere queste situazioni complesse non è trovare un compromesso, perché questo implica rinunciare a una parte dei propri valori culturali, che per loro stessa natura sono profondamente radicati in ciascuno di noi, fino dalla più tenera età.

La soluzione consiste nell’individuare un modo nuovo di conciliare le differenze, partendo proprio da quei valori irrinunciabili, usando creatività, apertura mentale e soprattutto rispetto reciproco.

Da dove cominciare?

L’istituzione che più di tutte sarebbe in grado di condurci verso una società inclusiva è la scuola, punto d’incontro quotidiano per bambini, genitori e insegnanti, le cui identità, come detto, non dovrebbero essere definite solo dalla provenienza, dal colore della pelle o dal ruolo.

Nella scuola è sicuramente possibile introdurre un nuovo modo di leggere i comportamenti motivati da valori diversi, creando relazioni basate sulla reciproca comprensione e accettazione, quindi rispetto. In questo modo, si riuscirebbe a vedere l’altro come una persona che vive la realtà in modo diverso: quindi non più un “alieno”, ma un portatore di valori diversi dai nostri con cui confrontarsi e imparare a convivere.

L’inclusione potrebbe cominciare proprio da qui, da un terreno fertile e plasmabile in cui crescere insieme, per poter “contaminare” poi tutte le altre istituzioni e la società intera.

Un’utopia?
No, non dal mio punto di vista, ma certamente un percorso complesso e di lungo termine.

Piuttosto, analizzando la realtà che ci circonda, la mia domanda è: se non ora, quando?

Parafrasando le parole di Einstein, forse è il momento, non più procrastinabile, di conoscere altre acque, oltre i limiti della nostra consueta zona di confort.

.

Anna Paola Simonetti