Il lavoro la malattia cronica e la ricerca dell’armonia

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Nella società contemporanea, il lavoro retribuito occupa una parte significativa della vita quotidiana di uomini e donne.
Non si tratta semplicemente dell’esigenza di sostenersi economicamente, ma la professione ha assunto un ruolo centrale anche perché concorre alla definizione dell’identità di ciascuno, fornisce uno scopo e interazioni sociali.

Purtroppo, però, per coloro che convivono con una patologia cronica, la sfida di bilanciare lavoro e salute può essere ardua. È possibile mantenere un equilibrio tra carriera e gestione di una condizione medica permanente? E, inoltre, le possibilità di lavoro e di carriera sono davvero le stesse rispetto a chi non ha patologie? E ancora, sul posto di lavoro è sempre accolta nel migliore dei modi la persona con patologia cronica? Rispondere non è semplice, ma credo doveroso porsi questi interrogativi. Per quanto posso, in questo spazio, vorrei proporre alcune riflessioni che mi suscitano i colloqui con persone che incontro in percorsi di counseling e mediazione familiare e che portano difficoltà, paure e conflitti determinati proprio in quel contesto.

Intanto occorre chiarire che cos’è una patologia cronica. Si tratta di una malattia congenita oppure acquisita durante la vita che può progredire lentamente oppure i cui sintomi possono essere gestiti, ma non curati, con terapie farmacologiche. Alcuni esempi includono patologie come l’emofilia, il diabete, l’artrite reumatoide, le malattie cardiovascolari, l’asma e le malattie infiammatorie intestinali. Queste condizioni e altre, molto diverse fra loro, possono variare in gravità e impatto sulla vita quotidiana, influenzando in modo consistente la capacità di una persona di svolgere attività lavorative.

Le persone con patologie croniche possono affrontare diverse difficoltà nel mondo del lavoro, tra cui: fatica e dolore, poiché molte patologie croniche sono associate a stanchezza e dolore che possono ridurre la produttività e la capacità di concentrarsi; assenze per cure mediche; stress e ansia per la pressione di dover bilanciare lavoro e salute.
Ma c’è un aspetto, in particolare, su cui vorrei soffermarmi poiché credo che venga spesso sottovalutato, se non ignorato, probabilmente poiché richiederebbe una gestione delicata e complessa.

Gli avanzamenti in campo medico e farmacologico hanno reso le patologie croniche spesso ben gestibili al punto da non “apparire” sul corpo della persona, ma chi ne è affetto ne sopporta comunque i sintomi a volte decisamente importanti. E qui si potrebbe dire: “beh meglio se non si vede!” Certo. Il problema è che, più spesso di quanto si immagini, quando una patologia non è ben visibile e riconoscibile, le persone attorno, colleghi, datori di lavoro e a volte addirittura familiari e amici, tendono a dimenticare che la persona sopporta comunque dei sintomi e quindi ha necessità diverse. E qui si potrebbe aprire un grande capitolo anche sulle patologie psicologiche che spesso subiscono questo stesso trattamento, se non di più.
Naturalmente la legge mette a disposizione diversi strumenti che le persone con patologie croniche possono utilizzare per gestire il lavoroal meglio nonostante le difficoltà. Ad esempio, ci sono ore di permesso da poter utilizzare oppure la possibilità di lavorare in smart working o anche una flessibilità oraria, ecc… ma accade, a volte, che l’utilizzo di questi dispositivi, paradossalmente, crei, all’interno del contesto lavorativo, malumori da parte di colleghi o superiori che, a volte, possono storcere il naso e lasciarsi scappare frasi molto infelici sulla possibilità che il lavoratore con patologia cronica “approfitti della situazione”.

Questo è un tema che mi sono trovata ad affrontare diverse volte in colloqui di counseling con persone che portavano il peso di sguardi giudicanti e irritati sentendosi, a volte, addirittura in colpa per il fatto di usufruire di diritti che spettavano loro per legge.

Credo si tratti di situazioni delicate, ma che vanno assolutamente affrontate all’interno di un contesto lavorativo poiché possono generare conflittualità e provocare grande sofferenza alla persona che, oltre alla patologia cronica, deve anche sopportare un clima di ostilità per il semplice fatto di non “sembrare abbastanza malata”. Inutile dire che anche le persone che agiscono quelle animosità sono portatrici di bisogni, evidentemente frustrati, ai quale occorre dare spazio e ascolto per impedire che determinino atteggiamenti disfunzionali.
Credo che, al giorno d’oggi, oltre a garantire alle persone con patologie croniche la possibilità di usufruire dei diritti stabiliti per legge, le aziende debbano porre attenzione al clima che si crea attorno a loro per poter, eventualmente, intervenire tempestivamente e sanare le relazioni prima che diventino troppo conflittuali.

Da questo punto di vista è utile e importante che la persona con patologia cronica possa avere una comunicazione aperta con i datori di lavoro, i responsabili e i colleghi in relazione alla propria condizione e necessità, pur sempre nel rispetto della propria libertà personale nel caso non desideri, legittimamente, condividere informazioni di sé molto personali.

Ovviamente i datori di lavoro giocano un ruolo cruciale nel facilitare l’integrazione di persone con patologie croniche. Creare un ambiente di lavoro inclusivo e supportivo non solo beneficia i dipendenti affetti da tali condizioni, ma migliora l’intera cultura aziendale.

Le aziende possono promuovere la consapevolezza sulle patologie croniche e offrire programmi di benessere anche con il sostegno di professionisti specializzati. Lavorare con una patologia cronica può sembrare una sfida insormontabile, e i giovani che si affacciano al mondo del lavoro con questa condizione spesso portano questa paura, ma con il giusto supporto e le strategie appropriate, è possibile avere e mantenere una carriera soddisfacente e produttiva.

È essenziale che sia i lavoratori che i datori di lavoro collaborino per creare un ambiente che riconosca e sostenga le necessità di chi vive con queste condizioni. Lo sviluppo dell’empatia e la comunicazione efficace si confermano, una volta di più, strumenti indispensabili per garantire un mondo del lavoro più inclusivo e resiliente per tutti.

Sonja Riva