FINANZIAMENTI E GESTIONE DELL’IMPRENDITORIALITÀ INNOVATIVA

uomo di business con sfondo città

La necessità di un cambio di paradigma.

In alcuni articoli precedenti, abbiamo cominciato a illustrare le politiche e gli strumenti attraverso i quali la Commissione Europea
metterà a disposizione ingenti risorse finanziarie nel prossimo settennato.

A ciò si aggiungeranno il Next Generation EU, e l’Italia ha lanciato il suo PNRR. Insomma, una disponibilità davvero straordinaria di risorse che costituiscono un’occasione unica, anzi eccezionale, per imprimere un cambiamento duraturo nelle vite di tutti noi europei e degli italiani in particolare.

I destinatari di queste risorse saranno le imprese, le organizzazioni del mondo civile e della ricerca, gli stati e le loro declinazioni locali quali fattori di capillarizzazione e di armonizzazione nel conseguimento degli obiettivi e nell’attuazione delle politiche.

La ripresa dello sviluppo e l’aumento della competitività del Sistema Europa sarà quindi sostenuto a tutti i livelli, l’innovazione sarà il fattore di leva, sia essa scientifica o nei modelli di business. Personalmente non ho dubbi sull’impegno da parte di tutto il quadro parlamentare nello sviluppare il Piano di Ripresa e Resilienza, ma nutro qualche sospetto sulla capacità del nostro paese di consumare tutte le risorse che saranno messe a disposizione, di impiegarle proficuamente e di utilizzare gli strumenti finanziari della Commissione Europea come leve moltiplicatrici degli impatti e dei benefici.

In diversi report della European Investment Bank relativi alla crescita inclusiva e allo sviluppo della competitività europea, è chiaramente rimarcato attraverso alcuni indicatori (Global Competitiveness Index Score Range for EU28) come quello della “Innovazione e Diffusione Tecnologica”, che il grado di competitività di un paese a livello globale, è direttamente proporzionale alla sua capacità di sostenere efficacemente i pilastri dell’innovazione.

La figura 1 ci illustra sinteticamente i risultati, ma ciò che ci deve far riflettere è che l’Italia, purtroppo, si colloca sempre nelle posizioni più marginali.

Le condizioni di contesto che ci fanno segnare il passo, sono note ai più, ma questa volta vorrei concentrarmi sul tema del capitale umano, in particolare quello imprenditoriale, perché sarà quello che dovrà impiegare le risorse e mettere in atto quanto richiesto dalla Commissione Europea, dal Next Generation EU, dal PNRR.

Recenti studi effettuati a livello nazionale (es. Al- malaurea) e a livello globale (progetto EIP Entrepreneurship Indicator Project lanciato da OCSE oppure il GEM Global Entrepreneurship Monitor) hanno raccolto e elaborato dati di elevata qualità sull’attività imprenditoriale, comparabili su scala internazionale e temporale, i quali ci restituiscono un’immagine per certi versi opposta a quella a cui tutti naturalmente penseremmo, cioè quella che l’Italia sia un paese a forte vocazione imprenditoriale.

Le nostre imprese erano, sono e rimangono piccole; molto specializzate (spesso all’interno di distretti produttivi o ai limiti dell’autoimprenditorialità artigianale); con una propensione all’assunzione di laureati fra i più bassi a livello di EU28.

Le imprese italiane guardate sotto la lente delle performance e della competitività, misurate variamente (probabilità di sopravvivenza; crescita del fatturato, dell’occupazione, della redditività, della valorizzazione del capitale umano) rimangono ad un livello stagnante o regressivo, a differenze di quelle degli altri paesi dell’UE28.

Al netto delle condizioni di contesto (crisi 2007; pandemia) che comunque hanno inciso in maniera differente sulle imprese di ogni paese, ci dobbiamo chiedere se esistono fattori nostrani che ci caratterizzano nell’ottenimento dei risultati.

Su questi dovremo cercare di lavorare per trasformare rapidamente i fattori critici in opportunità di cambiamento permanente, tali da capitalizzare le risorse e condizioni eccezionali che saranno ora disponibili.

Una risposta ci viene suggerita dall’analisi dei dati emersi dai report GEM aggiornati al 2021, che considerano anche i diversi effetti del Covid-19 sulla propensione all’imprenditorialità.
Perché questi indicatori sono importanti e come entrano in relazione con la nostra futura capacità di sfruttare appieno le opportunità che ci sono offerte? Il presupposto – ormai insindacabile – è che l’imprenditorialità, specie la neoimprenditorialità e ancor più nello specifico quella di imprese ad alto contenuto tecnologico e di capitale intangibile (R&S, istruzione e formazione) è fondamentale nella generazione di nuovi prodotti e servizi.

L’imprenditorialità è il motore della crescita economica, in tutti i paesi, a livello globale. L’imprenditorialità e l’innovazione alimentano da un verso, la crescita, la competitività e la profittabilità delle imprese, dall’altro il benessere dei consumatori e la qualità complessiva della vita.

L’analisi dei dati indica che esiste una correlazione diretta e netta fra il livello di istruzione imprenditoriale – imprenditorialità-competitività.

Maggiore è il livello di istruzione imprenditoriale (es. numero di laureati in discipline economiche, finanziarie, tecnologiche o aventi un MBA, ecc.), maggiore è la propensione ad assumere laureati (un imprenditore laureato assume il triplo di laureati rispetto a uno non laureato); maggiore la propensione alla delega; maggiori sono le performance aziendali; il tasso di sopravvivenza è più elevato, così come la percentuale di aziende che riescono a ingrandirsi, a internazionalizzare il loro business, a competere a livello globale, ad attirare investitori, a crescere.

Al contrario carenze di capitale umano imprenditoriale, un basso livello di qualificazione di chi governa le imprese, si traduce in una bassa domanda di capitale umano e di conoscenza, genera minori performance complessive, introduce rischi maggiori che si riflettono sulla minore probabilità di sopravvivenza e sulla durata dell’attività imprenditoriale.

Per darci una misura del posizionamento dell’Italia rispetto agli altri paesi circa questo argomento (Figura 2), e comprendere quanto sarebbe urgente trovare e mettere in atto misure di controversione dei risultati, prima ancora di discutere come investire il fiume di risorse finanziarie, dobbiamo sapere che, indipendentemente dalle dimensioni dell’impresa, dal suo grado maturità sul mercato (e quindi anche nel caso di start up), il nostro paese si colloca – ancora – fra il penultimo e ultimo posto fra quelli europei per numero di imprenditori laureati e aventi un MBA.

Per chi preferisse avere un posizionamento dell’Italia a livello globale circa il numero di imprenditori con formazione terziaria, può fare riferimento alla sottostante Fig.3

Ma in buona sostanza cosa significa tutto ciò? Significa che in un mondo globalizzato, ricco di sfide sull’innovazione e internazionalizzazione, di mutati scenari competitivi (diffusione ICT, deregolamentazione dei mercati, ingresso di nuovi strumenti finanziari, rafforzamento di processi di integrazione economica internazionale), in una Europa che pone al centro della crescita la rapida e ampia digitalizzazione di tutti i processi produttivi, un imprenditore con elevato grado di istruzione è maggiormente in grado di comprendere la complessità che ciò comporta (anche la necessità di dotarsi di competenze specialistiche, alle quali attribuisce valore), di sviluppare strategie a medio termine, anche in condizioni di turbolenza dei mercati, e di conseguenza, di governare i processi decisionali dell’impresa.

Al contrario, la difficoltà di comprensione del mondo e dei drivers della competizione, fanno sì che l’imprenditore accusi maggiori difficoltà che lo potrebbero indurre ad assumere comportamenti conservativi, dove prevalga la scaltrezza sulla strategia, la truffa rispetto all’investimento.

Ciò che era considerato un punto di forza del sistema imprenditoriale italiano (piccolo è bello), si dimostra oggi essere un vincolo stringente, un limite drammatico, un deficit qualitativo al quale la risposta è troppo frequentemente e da troppo tempo, quella della svalorizzazione degli asset di competenza.
Mentre ai tempi della Lira, la periodica svalutazione rappresentava una iniezione rivitalizzante l’economia nazionale, oggi ai tempi dell’Euro e dei bitcoin, assistiamo a un depauperamento di una dei pochi asset rimastici: quello delle competenze. Infatti, rileviamo da un lato l’accelerazione della fuga dei cervelli, dall’altro la svalutazione di quelli che rimangono impiegati nelle aziende nazionali (per capirci, un data scientist neolaureato, in Italia può ambire al massimo a 20-24 mila euro all’anno di stipendio; in Germania o UK a 90 mila Euro/Sterline. Questo gap fra compensi in Italia e centro Europa, si riscontra peraltro in qualsiasi report sulle professioni specialistiche e avanzate, pubblicato dalle associazioni di categoria).

Che relazione ha tutto ciò con l’accesso ai finanziamenti europei? È presto detto: l’ultimo rapporto dell’APRE (Agenzia italiana per la Promozione della Ricerca Europea) testimonia come nel programma Horizon, a partire dal 2019, anno in cui è stato introdotto a livello sperimentale (ed oggi confermato) un diverso approccio alla presentazione delle proposte di progetto (da Horizon Phase2 a EIC Pilot) il tasso di successo delle imprese innovative italiane è crollato vertiginosamente (fig.4). Perché? Perché sono stati introdotti l’obbligo di blending di finanziamento (con private equity) e la necessità di impatto ampio e dirompente (niente più innovazione incrementale).

D’altra parte personalmente, come valutatore della Commissione Europea da un lato (oltre 400 proposte valutate in 7 anni) e selezionatore / coach di imprese innovative per Venture Capitals (oltre 500 imprese valutate in EU e Italia) non posso che confermare che i parametri considerati più critici e che maggiormente penalizzano le imprese nazionali sono quelli legati al team che ne dovrebbe guidare lo sviluppo.

Non sono le competenze scientifiche che risultano carenti, ma quelle trasversali: finanziarie, commerciali, di marketing, di gestione e governo dei processi.

Ora: di fronte al fiume di risorse che sarà messo a disposizione dalla Commissione Europea, dal Next Generation EU, dal PNRR, dalle altre istituzioni europee e operatori privati, gli imprenditori italiani saranno in grado di non sprecare l’ultima occasione per la ripresa?

Personalmente nutro alcune perplessità e molte preoccupazioni, se non si comprenderà la necessità di cambiare radicalmente paradigma, puntare (non più sullo sviluppo) ma sull’accesso e valorizzazione alle competenze distintive, sussidiarie e integrative, di cui una azienda avrà bisogno per affrontare la competizione in Europa.

Valter Darbe